Quali sono le reali prospettive del Turismo in Italia e in Europa dopo il lockdown in vista del secondo semestre 2020? L’analisi dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo, tra segnali di ripresa e numeri poco confortanti.
“It Won’t Get Better in the Second Half of 2020” (Rafat Ali, Skift, 29 giugno 2020)
“L’Europa turistica post Covid-19 nel limbo fra il non più e il non ancora” (Martha Friel e Stefano Ceci, Il Turismo in Europa al tempo di Covid 19)
Aprono così commenti e ricerche sul Turismo di questo inizio luglio in cui si prende atto che le speranze di ripresa per il secondo semestre 2020 devono essere colte e supportate, ma senza troppe illusioni.
Gli effetti del lockdown su agenzie di viaggio e strutture alberghiere
I tour operator, fortemente dipendenti dall’outgoing, sono forse gli attori più colpiti insieme alle agenzie di viaggio e alla maggior parte degli operatori dei trasporti (compagnie aeree, autonoleggio, treni etc.). Secondo Federturismo il 70% delle agenzie di viaggio potrebbe non riaprire più; tra viaggi annullati e mancate nuove prenotazioni le perdite sono elevatissime, e molte soffriranno per forza di cose la mancanza di liquidità.
Sul fronte della ricettività, le stime diffuse il 9 luglio scorso dal Centro Studi di Federalberghi mostrano come nel 2020 il fatturato del comparto subirà una perdita di 16,3 miliardi di euro (-69,0%). Inoltre, sebbene gli alberghi non siano stati costretti a chiudere dai vari DPCM, nel periodo del lockdown circa il 95% ha chiuso a causa del calo della domanda. I dati presentati da CST-Assoturismo agli Stati Generali il 18 giugno parlano di circa 23 mila strutture che quest’estate non apriranno affatto, di cui 3 mila nel comparto alberghiero. Le altre subiranno una inevitabile contrazione della domanda. Le perdite sono più gravi per le grandi città legate a flussi di turismo business e culturale.
L’Indice Alberghiero dell’Osservatorio Business Travel
Tuttavia, qualche timido segnale diripresa si nota. L’Indice di Attività Alberghiera elaborato da Andrea Guizzardi dell’Osservatorio Business Travel mostra che per la stagione estiva a Milano il 40% delle strutture non offre camere sui siti di prenotazione online, mentre per settembre l’attesa ripresa del turismo business stimola il ritorno sul web delle strutture alberghiere e l’indice a 140 giorni (che ha come orizzonte l’autunno) continua il trend positivo superando la quota dell’80% di hotel che si propongono su internet. Continuano però a mancare all’appello un 20% di hotel che, da un lato, potrebbero avere deciso di non affidarsi più alle OTA ma, più probabilmente, potrebbero avere deciso di non riaprire visti i costi connessi ai protocolli di sicurezza da adottare e le prospettive incerte sui flussi turistici. A Venezia la quota di alberghi che offrono camere nell’immediato cresce rispetto alle settimane precedenti raggiungendo il 65%, mentre per fine luglio e inizio agosto si assesta al 70%. Da settembre in avanti i vari indici convergono tra il 65% e il 75%, mostrando che più di un quarto delle strutture alberghiere ha deciso di non tornare on-line o non riaprire del tutto.
A livello internazionale, una indagine realizzata da Skift su 1800 professionisti dell’ospitalità a livello globale in aprile rivelava come il 65% di essi reputasse che si sarebbero impiegati più di 9 mesi (per il 20% più di 18 mesi) per tornare ai livello pre-covid e la perdurante diffusione del virus a livello internazionale non può che impattare negativamente sui tempi di ripresa.
Ripresa e Turismo: manca una visione strategica!
Ciò che però preoccupa di più è la mancanza di una visione strutturale sul problema, che viene tamponata dai governi con interventi di breve periodo come i bonus vacanze. Se questo viene denunciato da settimane per l’Italia, a livello europeo la situazione non è molto diversa secondo la ricerca di Friel e Ceci (“Il Turismo in Europa al tempo di Covid19. Cosa accade nelle 15 principali destinazioni turistiche europee”, Università IULM): “le risorse economiche sono destinate in gran parte a finanziare interventi determinati dall’emergenza quando non definiti dalle rappresentanze degli interessi di categoria. Non c’è traccia – per ora e in nessun Paese – di scelte strategiche e selettive capaci di determinare cambiamenti e di orientare evoluzioni (in corso e non); non si rilevano misure di carattere economico e fiscale in grado di sostenere precise policy e di favorire specifici investimenti o ri-orientamenti del sistema di offerta”.
Senza competenze e volontà politica di dare una spinta innovativa e sistemica al Turismo, rischiamo di vedere andare a picco un settore che genera il tanto sbandierato 13% del PIL, perché altri sistemi turistici sapranno gestire meglio questa emergenza. E come accaduto negli ultimi 50 anni perderemo posizioni nel contesto internazionale.
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