Nelle ultime settimane sono state diverse le notizie che hanno riguardato il tema della riorganizzazione dei processi socio-sanitari e assistenziali a livello regionale per la continuità assistenziale e la gestione della cronicità.
Le iniziative di continuità assistenziale a livello locale
La Regione Toscana, ad esempio, con la delibera 597 del 4 giugno 2018, ha definito un nuovo ruolo, quello dell’infermiere di famiglia e di comunità, con l’obiettivo di sviluppare nuovi modelli organizzativi territoriali che rispondano sempre più alla gestione della cronicità e al sostegno all’autocura. L’infermiere di famiglia, che dovrà operare a stretto contatto col Medico di Medicina Generale, individuerà i bisogni dell’assistito e pianificherà la risposta assistenziale, tenendo conto della situazione socio-familiare e ambientale in cui vive.
In Liguria, secondo recenti dichiarazioni[1] dell’Assessore alla Sanità Sonia Viale, si stanno portando avanti una serie di azioni per favorire la continuità delle cure dei pazienti: l’istituzione dei Dipartimenti Interaziendali Regionali (DIAR), la creazione di un CUP unico regionale, corsi di educazione alla salute dedicati ai pazienti e la cosiddetta sanità “km zero” (n.d.r. servizi digitali) consentiranno l’integrazione tra ospedale e territorio.
Anche in Regione Piemonte la Giunta sta lavorando a un nuovo modello di presa in carico dei pazienti[2] attraverso la costruzione della rete delle Case della Salute e all’applicazione del nuovo Piano della cronicità, la cui fase sperimentale è già stata avviata.
Il ritardo del digitale nella continuità assistenziale
A fronte di questi cambiamenti organizzativi, il ruolo del digitale risulta strategico perché consente a tutti gli attori del sistema che seguono il paziente nel suo percorso di cura e assistenza di scambiarsi in modo efficace informazioni e dati e di garantirgli una reale continuità di cura.
Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), che si configura come uno dei pilastri della Sanità digitale regionale, rappresenta una soluzione potenzialmente utile proprio a tale scopo. Nonostante quasi tutte realtà provinciali e regionali abbiano chiuso l’implementazione del FSE, sono ancora poche le Regioni in cui c’è diffusione del FSE tra gli operatori sanitari[3] (P.A. di Trento, Lombardia, Sardegna e Toscana) e che quindi potrebbero effettivamente utilizzarlo al pieno delle potenzialità.
Inoltre, si stanno diffondendo con una certa lentezza anche soluzioni digitali per la presa in carico dei pazienti cronici: secondo i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità, solo un terzo del campione di aziende sanitarie rispondenti utilizza un supporto digitale nella definizione, visualizzazione e aggiornamento di piani di assistenza individuale e solo il 9% dei Medici di Medicina Generale utilizza strumenti informatici per redigere il Piano di Assistenza Individuale da condividere poi con il paziente.
Ciò che serve è un ecosistema di servizi tra loro integrati che consentano agli operatori di avere un quadro il più possibile completo del paziente e che permettano a quest’ultimo di essere il più possibile facilitato nell’accesso ai servizi (anche tramite strumenti digitali), soprattutto quando si tratti di pazienti cronici che hanno un accesso più frequente al sistema sanitario. Affinché i nuovi modelli organizzativi per la continuità assistenziale possano essere realmente efficaci, si dovrà quindi agire sia nella diffusione del FSE tra operatori sanitari e cittadini sia nello sviluppo di specifiche soluzioni di presa in carico, che dovranno essere integrate e collegate con i FSE regionali.
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